“Il mondo è grigio, il mondo è blu!” (1)

Il freddo stava cominciando a farsi insistente ma lui era soave nella lettura del suo fumetto. Era sotto le coperte e leggeva e ascoltava musica ed era nel suo nirvana personale. Tex picchiava e sparava silenziosamente ma ogni tanto quella realtà veniva strappata via dalla voce familiare e com’era dolce perdersi in quelle canzoni. Lasciava che le note e le percussioni e le voci gli solleticassero i ricordi affinché ridessero. Nel silenzio del suo appartamento le canzoni si succedevano deboli mentre fuori novembre si affrettava a portare la notte. Nel tepore di quel momento poggiò il fumetto sulla pancia e rimase trasognato a ricordare quell’estate di trentasei anni prima. Il caldo terribile di un viaggio lunghissimo in treno, con una valigia con pochi vestititi e molti libri e fumetti. Nella mente curiosa di quel tempo si accalcavano racconti dei cugini più grandi di ragazze vogliose e spregiudicate con storie di astronavi e robot antropomorfi. Ricordava di un’edizione de “Il Signore degli Anelli” a cui aveva tolto la sovraccoperta e lo spacciava per la “Bibbia”, credendo di darsi un tono con le ragazze ma decretando la sua frustrazione. Aveva tredici anni e molte cose decisamente non le aveva ancora capite. Dopo tanto tempo questa inesperienza lo faceva ridere. Trillò il cellulare. Guardò chi era e chiuse la telefonata. Rifece il numero e quando dall’altra parte risposero disse sorridendo “Ciao, Amore mio…”

“Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civiltà, tra i chiari scuri e la monotonia dei giorni che passano, camminatore che vai cercando la pace al crepuscolo. La troverai alla fine della strada.” (2)

Aveva guardato oltre e non aveva visto nulla. Glielo chiedevano i conoscenti ma gli amici già sapevano la risposta. Non aveva visto nulla e aveva capito perché: perché non c’era nulla su cui speculare se non se stesso. Tutti i suoi sogni glielo dimostravano: era il centro del cosmo e dentro possedeva tutte le sfaccettature, tutti i riverberi, tutte le scintille gloriose dell’intelletto. Nulla di divino, nulla di meravigliosamente mistico. I sogni erano i suoi sogni, i desideri erano i suoi desideri, come sue erano le sue conoscenze e le sue percezioni. Era stato solo e ne aveva gioito. Non era intervenuta nessuna forza altra e questo gli aveva donato serenità. Non era una prova, certo, ma se qualcosa esisteva aveva deciso di tacere e di lasciarlo in pace. Nei suoi sogni i colori meravigliosi si mischiavano al susseguirsi di sconosciuti sorridenti pronti a donargli ciò che lui chiamava ‘Casa’ e lui accettava commosso. C’erano stelle e ricordi e silenzio. Tutto era pace. Solo la musica riusciva a manifestarsi. Note sconosciute e melodie note. Non le riconosceva ma gli erano familiari e ad ascoltarle sorrideva. Pochissimi dei suoni esterni e delle parole sussurrategli gli giungevano, sfiorando corde dimenticate. Solo quelle musiche. Solo quei canti. Ci fu una volta che afferrò alcune parole: “Gentile è lo specchio, guardo e vedo che la mia anima ha un volto. Ti saluto divinità della mia terra, il richiamo mi invita (3) e mentre giaceva nel letto della sala rianimazione dell’ospedale pianse di felicità. Non era morto. Dormiva, lo sapeva come sapeva che si sarebbe svegliato ma non era morto. Aveva tempo, se lo sarebbe preso tutto. Era suo, lo aveva preteso e ottenuto. A questo modo permise che tutto si mischiasse.

Quanta pace trova l’anima dentro, scorre lento il tempo di altre leggi di un’altra dimensione e scendo dentro un oceano di silenzio, sempre in calma. (4)

Era al suo bar preferito a sorseggiare il caffè guardando distrattamente i titoli del giornale quando si avvicinò l’uomo. Alto e magro, grande sorriso circondato da capelli ricci e neri. Lui rimase a guardarlo con un sorriso sornione e la tazzina a mezz’aria mentre l’uomo si sedeva al suo tavolino.
“Allora, Cla? Che dici?”
L’amicizia si riversò in quell’angolo d’universo, riscaldandolo.

Viaggeremo più veloci della luce, intorno al sole, come macchine del tempo contro il tempo che non vuole.” (5)

“Quindi?”
“Quindi cosa?”
“Chessemagna?”
“Orzo e lenticchie.”
“Con… ?”
“Con olio, un pizzico di sale, cipolla tritata, un pizzico di peperoncino e un altro di curcuma.”
“Curcuma?”
“Curcuma. Ha un mucchio di proprietà: antiossidante, antitumorale, antidolorifica, disintossicante…”
“Antidisintossicante, forse…”
Lei rise, continuando a mescolare. Lui, da dietro, allungava il collo e annusava, cercando di guardare.
“Un po’ di zenzero no?”
“Lo zenzero fa aumentare la pressione.”
“Mannò, guarda…”
Lui prese il cellulare e cercò ‘zenzero’. Trovatolo continuò “… ecco, senti: antinfiammatorio, antinausea, antibiotico, antivirale e afrodisiaco.”
“Afrodisiaco?”
“È scritto qui!”
“Afrodisiaco.”
“Già! Afrodisiacissimo! Son già tutto un fuego solo a parlarne!”
“… e passamelo, non si sa mai!”
“Come non si sa mai…”
“Quanto ne metto?”
“Poco: ho già sonno.”
“Una spezia defibrillatrice, ti ci vorrebbe!”
Risate mentre ancora la notte di novembre scendeva nera e cristallina.

E scivola la sera tra i luoghi che attirano il mio sguardo, la mia attenzione. (6)

Ormai il freddo era arrivato per rimanere. Sarebbe aumentato, forse avrebbe nevicato ma non quella notte. Sotto le coperte sentiva col braccio il calore della schiena di lei. Nel buio la luce debole del Kindle gli raccontava “Il sergente” di Paolini, un testo che sapeva di terra, fango, ghiaccio e sangue. Il silenzio era interrotto solo dal debole russare di lei. Interruppe la lettura, poggiò il Kindle sulla pancia e rimase trasognato a ricordare l’estate appena passata. A settembre era rimasto commosso a guardare il sole calare lentamente nel mare calmo. Aveva filmato con lo smartphone e aveva caricato il video su Youtube ma ogni volta che riguardava il filmato sentiva che nulla di quel momento poteva essere riprodotto. Nella mente ancora curiosa si accalcavano profumi, colori e suoni. La meravigliosa sostanza del mare, il sublime calore della terra al tramonto. Aveva quarantanove anni e molte cose decisamente gli appartenevano. Il ricordo di quella spiaggia lo riempiva di tenerezza. Lei borbottò qualcosa, si girò e gli chiese “Amore… tutto bene?” Lui si voltò e la baciò sulla fronte con delicatezza. “Si, Vita. Leggo ancora un poco e poi mi addormento”. Lei lo baciò delicatamente sulle labbra e si rigirò verso i suoi sogni. Lui riprese il Kindle e, alla fine del capitolo, lo spense. Si girò verso di lei e aderì alla schiena. Il sesso contro il sedere, l’addome contro la schiena, le labbra sui capelli.
Il suo profumo.
Lei si spinse istintivamente verso di lui e così si addormentarono.

Lascia tutto e seguiti. I tuoi occhi dunque trascorrono svagati ed ozi come una spiga. Come sempre le foglie cadono d’autunno.” (7)


(1)Cuccurucucù” da La voce del padrone di Franco Battiato, 1981, EMI Italiana.
(2)Nomadi” da Fisiognomica di Franco Battiato, 1988, EMI.
(3)Un irresistibile richiamo” da Apriti sesamo di Franco Battiato, 2012, Universal.
(4)L’oceano di silenzio” da Fisiognomica di Franco Battiato, 1988, EMI.
(5)Una cellula” da Fetus di Franco Battiato, 1971, Bla Bla.
(6)La preda” da Gommalacca di Franco Battiato, 1998, PolyGram.
(7)Il mantello e la spiga” da Gommalacca di Franco Battiato, 1998, PolyGram.

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Torno a casa presto, oggi. Pretendo relax, mi concederò  relax. Corro in mezzo a branchi di auto impazzite, belanti, gravide di conducenti  incazzati. Non è vita. Non lo è più, eppure ci adattiamo, ci conserviamo per futuri più sincopati. Squilla il cellulare, infilo un auricolare mentre scarto un tizio con un suv bianco che dalla grinta potrebbe benissimo avere delle granate sul sedile a fianco, pronto a strapparne la spoletta coi denti e lanciarmene alcune dal finestrino. Fortunatamente è il 27 dicembre.  Mentre scarto rispondo.

«Si, mamma, no, giornata di merda in studio, si, no, forse per la Befana… come? No, devo andare… cosa? Il suo onomastico? Ma che mi frega… no… eh, arrabbiati, cosa vuoi che ti dica, non ci sono, non ci sarei stato, ho prenotato il volo, vado si, certo, lo sai che di me non ti puoi mai fidare, me lo dici…  Cosa? Che c’entra? Senti mamma, devo chiudere, sono in macchina, senza auricolare, i carabinieri sono ovunque, i punti della patente, sai? Ecco si, si.  La chiamo, la chiamo, giuro, si, ciao. »

Mi tolgo  l’auricolare e lo lancio sul sedile. Le telefonate con lei mi scuotono sempre ma sono solo condimento di una vita che proprio non mi piace. Non c’è nulla da fare. Proprio no. Poi, l’impulso: riprendo il cavo ma una delle due cuffiette si è infilata tra il sedile e il freno a mano, proprio sotto il binario del sedile. Tiro un attimo e capisco che rischio di strapparlo. Alzo lo sguardo, stop illuminati di rosso, come il semaforo poco più avanti. Inchiodo, un breve stridio e fermo la mia auto a un centimetro dalla vettura davanti. Una donna dalla folta capigliatura bionda si volta e mi lancia anatemi senza sonoro attraverso un lunotto posteriore. Intuisco dal labiale un moto a luogo che finisce con “culo”. Continua a sbraitare, forse di un mestiere, antico come il mondo, e di una sorella che non ho. Alzo la mano in segno di scusa ma questo non mi salva dallo sguardo carico d’odio. Si volta lenta come un varano di Comodo in cerca di altre persone da disprezzare. Chiudo gli occhi e sospiro. Stacco il cavo dell’auricolare dal cellulare e guardo il registro chiamate. Vorrei chiamare mamma, giusto il tempo per dirle  “Comunque sto bene, sai?” e chiudere la telefonata senza aspettare una risposta che son certo non arriverà mai ma il semaforo mi salva. Verde, pecore di metallo pilotate da pecore di carne scattano come fosse fondamentale arrivare al semaforo successivo prima degli altri. Indugio. Un boato di clacson dietro di me.  “Siete dietro, idioti, avete non vinto comunque!” dico. Ingrano la marcia e parto.

In casa c’è odore stantio, di chiuso ed è freddo. Accendo il riscaldamento e annuso la biancheria sullo stendino: puzza. Dovrò rimettere tutto in lavatrice. Metto il bollitore e accendo il fornello. Mi siedo e guardo fuori dalla finestra il tramonto oscurare tutto. Di fronte, germogliato e cresciuto e potato e ricresciuto in un pozzetto senza sole, senza cure, nel cuore di una città le cui polveri fini sono arrivate a un livello tragico, un tiglio possente ciondola debolmente i rami. In primavera il verde intenso è ipnotico. Conosco persone che pagherebbero per una metafora sulla resilienza di questa portata. Sento che ho bisogno di stare in silenzio e, giustamente, è il telefono a spezzare questa risolutezza nascente. È Alberto. Due palle monumentali.

«Dimmi Alberto! Che ha fatto Cinzia? Albertooooo, mi senti? Porca paletta… sono staaancooooo… dimmi. Che ha fatto? »

Dio. Se esisti è il momento di dimostrarmelo: fulminalo, ti prego. 

«Alberto. Ma perché non molli Cinzia e ti rimetti con Andreina? Mi state facendo due palle così. Davvero. Si hai sentito, tornare con Andreina. Lo so che ha piantato lei il casino e “che se ne stia fuori dalle balle, ora” e che “nemmeno se striscia supplicando perdono”, me lo dici sempre ma… No, Alberto, stai solo facendo spam telefonico. I tuoi sono solo fottuti spot pubblicitari, ridondanti e falsi. Mi devi dire qualcosa? Sono davvero stanco. No? Va bene. Passa una buona serata, Alberto. Come? Io? Io dovrei preparare le valigie e se mi molli magari inizio. Ciao Alberto. Sei più pesante di un buco nero. Si. Perché non mi chiami più, vero? Un bel film di fantascienza che ho già visto.  Si, “Ciuao”, Alberto. »

 

Fottiti Alberto.

L’acqua è pronta. Dovrei pensare anche alla cena. Accendo il computer e carico un po’ di musica. Michael Nyman, dai, va bene per come mi sento. Mi accomodo sul divano con la tisana. Squilla il cellulare ma stavolta non rispondo. Rimango nella penombra ad ascoltare musica e a sorseggiare la bevanda. Parte un brano che una volta rappresentava qualcosa e mi stringeva il cuore. Penso a un amore tramontato, un bellissimo amore cangiante e radioso. A volte mi manca ancora quel profumo, quel benessere al contatto, quello sguardo intenso. Soprattutto quel respiro affannato. Tutti quei colori… quei… Ah! Ti ho beccato, fottuto pensiero killer e ora ti disintegro, ti smolecolizzo. Mi attacchi sempre nel dormiveglia, bastardo, quando la logica, la dignità vengono meno. Tu sei solo il risultato di un ricordo di un momento. Un momento collocato distante nello spazio e nel tempo. Non sei altro che la mia concezione di quel momento, un impulso elettrico, un fottutissimo impulso elettrico assassino che viene generato per distrarmi, perché cromosomicamente mi rifiuto di accettare l’idea che è meglio vivere soli. E allora, pensiero killer, Amore mio, allora sai cosa ti dico? Quel momento sono io. Solo io. Non ci sei tu, è il ricordo che ho di te, la visione che avevo di te, l’idealizzazione. Quel ricordo sono io. Io soltanto. È mio, è tutto mio. I ricordi, i sentimenti, i momenti meravigliosi, la luce del Sogno. È mio. Solo mio.

 

Sento che mi sto appisolando. Arriva un messaggio sul cellulare. Mi addormento, non mi fermerete. L’ultimo gesto è posare la tazza sul tavolino di vetro. Il suono delicato della ceramica contro la superficie lucida, liscissima. In cucina qualcuno sta preparando il caffè. Il profumo pervade la casa. La luce della mattina di primavera, nella casa della mia infanzia. Mi alzo dal letto, corro in cucina e vedo mio padre, in piedi. Guarda il telegiornale mentre aspetta che il caffè finisca di uscire dalla moca. Si volta e mi sorride. Mi avvicino e tocco la sua mano. La sua mano che, gigantesca, si chiude delicatamente attorno alla mia. So che sto sognando chiudo gli occhi e annuso l’aria buona, fatta di aroma e bucato pieno di vento. Di mio padre. Mi sforzo di guardarlo e sono in braccio a lui, in un ridicolo pigiama che certamente ho avuto. Mi parla, mi accarezza la testa ma non capisco cosa dice. So solo che mi parla e mi che mi vuole bene. Capisco solo che mi dice che non vorrebbe mai che io stessi male. Arriva un altro messaggio. Non me ne frega nulla. Anche se sta arrivando la catastrofe, l’olocausto nucleare, la tempesta più tragica. Io dormo, ti sogno, papà, tanto, anche se il mondo finisce, chi sono io per fermare la fine?

 

Apro gli occhi. Ho il collo sudato. Dalla finestra il lampeggiante di un’ambulanza, o forse la polizia, non so. Alcune voci sostenute arrivano dalla strada. Mi alzo ma il mio corpo non è più mio: ha almeno mille anni in più. Male ovunque ma è solo un attimo. Chissà in che posizione ho dormito. Mi affaccio alla finestra: un’ambulanza coi portelli posteriori aperti. Un vecchietto su una barella viene trasportato in tutta fretta da un’equipe di tre individui arancioni. Dietro di loro una povera donna, molto vecchia, li segue accompagnata da un uomo che le stringe le spalle. Guardo il display del lettore DVD: le undici e mezza. Questa notte non dormirò.

 

Cosa metto in valigia? Andrò a Palermo per la fine dell’anno. Guardo tra giacche e maglioni. Le mutande sono un poco usurate, domani me ne devo comprare di nuove. Nell’armadio accarezzo le cravatte, nei cassetti osservo i calzini. È da poco passata la mezzanotte. Mi è venuta fame.

 

In cucina apro e chiudo le ante dei pensili e penso che un risotto alla milanese mi piacerebbe proprio. Riempio la padella grande d’acqua e la metto sul fuoco. Mezzo dado vegetale, un pizzico di sale, una cipolla grattugiata fine. Accendo la radio e aspetto che l’acqua bolla. Guardo il cellulare: tre messaggi di Alberto, quattro di Andreina, due di Cinzia e uno di Marcella, che ha anche provato a chiamarmi. Non me n’ero accorto, sarà stato quando dormivo. Poggio il cellulare sul tavolo e mi lascio andare alla musica dozzinale, ai pensieri finalmente leggeri. Per un attimo una sensazione piacevole, una strana serenità. Che sta succedendo? Rimango seduto a guardare il nero fuori dalla finestra, fino a che non mi accorgo che sto guardando il mio riflesso. L’acqua bolle. Aggiungo il riso: un pugno per me e uno per la padella, così mi è stato insegnato. Assaggio l’acqua, è un poco indietro di sale.  Apparecchio senza rendermene conto: tovaglia, tovagliolo, posate, piatti, bicchieri. Prendo il pane dallo strofinaccio in cui è avvolto e lo metto in tavola sul tagliere. Vado nello sgabuzzino e scelgo un grignolino, tanto lo aggiungo al riso. Ritorno in cucina e squilla il cellulare. È Marcella.

 

«Ehi, tesoro, ciao. Si ho visto. Dormivo e non ho sentito, ti chiedo scusa. Si, è vero, ma mi sono messo a preparare la valigia e… No. Hai ragione, potevo chiamare. Si, vabè… hai ragione ma non ero mica in giro con gli amici e poi domani parto e ci incontriamo a… Come? No. Marcella, non è così. Non ho un’altra. Non so cosa fare per convincerti che non ho un’altra. Ma si che pensi a questo. Come, scusa? Come fai a controllarmi se viviamo distanti? Ma sei matta? Tu non mi devi controllare. Si. Si. Ho capito. Stai esagerando. No. Ora. Metto. Giù. A domani. Ciao. »

 

Poso il cellulare e guardo il muro bianco della cucina. Lo guardo come se cercassi qualcosa: una macchia, un buco, una crepa. Non c’è nulla. Per un attimo mi sento quel muro. Poso la bottiglia. Squilla il cellulare. Controllo il riso. Sono un automa. Sono diventato un automa. È l’unico modo per controllare la rabbia. Il riso è quasi pronto. Prendo lo zafferano, apro la bustina e lo rovescio, rosso, sul riso, aggiungo una spruzzata di zenzero in polvere. Ci grattugio un poco di parmigiano reggiano. Comincio a mescolare e ad assaggiare. Squilla il cellulare. Apro la bottiglia di vino e butto due tre spruzzate abbondanti tappando quasi totalmente il foro col pollice. Prendo il cellulare e lo spengo. Riassaggio il riso: è pronto perfetto. Prendo il piatto fondo, due mestolate di riso. Lo porto a tavola e rimango lì, come uno scemo a guardare il riso fumante. È l’una e un quarto. Mi metto il cappotto ed esco.

Sento il freddo di  qualche goccia leggera sul viso. Le nuvole color mattone scuro volano sulla città. Qualche macchina lontana illumina la strada di cristalli innanzi a lei. Un uomo e un cane, perplessi, gironzolano senza meta. Seguo la strada fino alle colline e salgo. Quando arrivo all’Eremo saranno ormai le tre. Il vento freddo taglia letteralmente la faccia e mi sento stanco e scemo. Inutile chiedersi cosa voglio realmente. So cosa non voglio. Non voglio questo. Non voglio tutto questo. Non voglio essere arrabbiato. Non voglio sentire l’ipocrisia. Non voglio ricordare la follia di cui mi vergogno profondamente, legata a un amore antico. Non voglio. Mi siedo su un muretto, le mani nelle tasche del cappotto e cerco di nascondere il viso nella sciarpa. Arriva una macchina. È la polizia. Si ferma ed escono due poliziotti. Uno si avvicina e mi chiede “Tutto bene?”. Lo guardo attraverso gli occhiali maculati di pioviggine e rispondo “Secondo lei?”. Il poliziotto sorride, si volta a guardare il collega, mi riguarda e chiede “Fisicamente… sta bene?”.  Questa intesa inaspettata mi fa scappare da ridere. “Si, sto bene, grazie.”. Il poliziotto ricambia la risatina e ritorna all’auto. Prima di chiudere lo sportello mi dice “Torni a casa che fa freddo, stanotte.”. Faccio cenno di si, sorridendo. Mi sollevo e mi dirigo verso la città, rischiando di scivolare sul ghiaccio più di una volta.

Arrivo in città che sono quasi le cinque. Mi sembra di essere tornato dalla Santa Madre Russia a piedi. C’è un bar aperto e mi ci infilo. Chiedo un cappuccino con la voce tremante ancora di freddo e mi fiondo sui cornetti. Sono caldi, buonissimi. Ne mangio uno subito, ne prendo un altro e vado a un tavolo. Dalla televisione un giornalista fa una rassegna stampa inutile, tanto sono schierati i quotidiani. La sensazione è che esistano solo politici parlanti, che guerre, catastrofi naturali, crisi economiche, avvenimenti sportivi, culturali, gossip e tutto quanto può rappresentare il mondo non esistano. Solo politici che parlano. Mi raggiunge il barista col cappuccino. Ha una pancia prominente e non fa proprio un buon odore ma mi consiglia di togliermi il “paltò, che è fradicio”. Ringrazio e obbedisco. Lui, senza chiedere, me lo prende e lo appende a un attaccapanni vicino a un termosifone. Penso al portafogli, nella tasca interna. Seguo con lo sguardo l’uomo, col cornetto in mano. Il barista mi sorride e ritorna a preparare panini. Do un sorso al cappuccino e mi sembra di rinascere. Il calore si espande dal torace al corpo. Strappo pezzi dal cornetto e li porto alla bocca, ipnotizzato dalla manualità del barista. Entra un tizio con un pacco di giornali, li lascia sul tavolo, saluta il barista ed esce. Il barista risponde con un cenno del viso senza dire una parola e senza guardarlo.

 

Rimango in questo bar, ho deciso. Mi faccio adottare da loro. Sto lì, soprattutto la sera, quando amici che si conoscono da quarant’ anni si ritrovano per  la briscola o per il derby. Magari mi faccio assumere e faccio i panini. Anzi, faccio il mio pane, con la farina di semola, la salsa di soia e lo zenzero tritato. E ci invecchio, in questo bar, ci invecchio, accogliendo uomini inzuppati di pioggia e stanchezza nell’ ora che precede l’alba. Rimango in questo bar per imparare i nomi di tutti e a salutare tutti per nome e a litigarci, con questi tutti, litigarci di sport e di politica.

 

Ma le abitudini sono dure a modificarsi in così breve tempo e sento già la mancanza del mio cellulare. Per questo mi alzo e vado verso il cappotto. Mi avvicino alla cassa e porgo cinque euro. Il barista mi da una manciata di monete. Le guardo. Sono due euro e ottanta. “Ho preso due brioche.” gli dico. “Lo so…” risponde “…ma è stato lì due ore e mi ha tenuto compagnia.”. Due ore. Non me n’ero accorto. Fuori la luce bluastra indica che la notte è finita. Ho capito. Finalmente, ho capito. Saluto ed esco.

 

Arrivo a casa e mi faccio la doccia. Una volta asciugato vado in camera da letto e disfo la valigia. Vado in cucina in accappatoio. Sparecchio e metto su il caffè. Accendo il cellulare. Due messaggi. Marcella mi ha chiamato, stanotte. Taglio una fetta del mio buonissimo pane. Al primo morso squilla il cellulare. Non è ancora il momento. Spengo di nuovo il cellulare. Esce il caffè e l’aroma si spande per la casa. Lo bevo come fosse il mio primo caffè in assoluto. Un brivido sulla schiena. Adrenalina. Ma È il primo caffè. Certo. È il primo caffè del primo giorno. Mangio un altro pezzo di pane e vado a dormire. Quando mi sveglierò parlerò con Marcella e le dirò che non è cosa, che non possiamo stare assieme.  Quando mi sveglierò telefonerò a tutti e dirò… Niente dirò. Non telefonerò a nessuno. Tanto lo faranno loro.

 

Solo che stavolta, probabilmente, non rispondo.

 
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 LE RICETTE

 Per questo racconto di passaggio nessuna ricetta.  O forse, a ben guardare. 😉

Maura ebbe un brivido per l’aria gelida che usciva dal banco frigo del grande supermercato. Fece due passi indietro stringendosi nelle braccia mentre guardava le dita affusolate e abbronzate di Magda prendere grandi barattoli di yogurt per leggerne la scadenza per poi riporli al loro posto. Magda indietreggiò e le si avvicinò. “Ma è possibile che gli yogurt scadano tutti dopodomani? Non ti puzza ‘sta cosa?”. Magda sorrise e la guardò. Maura ricambiò. I loro gomiti si unirono in un contatto persistente. Il profumo di Magda si insinuò nelle narici di Maura. Era il suo profumo. Si erano conosciute solo tre giorni prima e, nel caos di un un bar, avevano scoperto di avere una cosa di troppo in comune.

“Di cosa hai paura?” Magda teneva inchiodata allo schienale della sedia Maura, mentre le voci dei clienti del bar diventavano sempre più un rumore di fondo pacato e caldo. Magda inspirò sofferente e si mise a guardare la schiuma del cappuccino. Nervosamente prese il cucchiaino sporco di schiuma e lo rimise nella tazzina. Cominciò a mescolare nervosamente. Il tintinnio era l’unico rumore superstite. Maura si guardò attorno, guardando l’allegria ipocrita e nervosa degli astanti: occhi in cerca di conferme, sguardi saettanti tra scollature e labbra e inguini e culi. Guardò di nuovo la donna di fronte a lei e si vide allo specchio. Era una se stessa più sfacciata, più esuberante e non era per l’abbronzatura o l’abbigliamento elegante e provocante, no. Era per come muoveva ogni singolo muscolo. Assoluta padronanza dei gesti. Il controllo tanto agognato da tutti. Magda alzò lo sguardo e anche lei si ritrovò riflessa in uno strano specchio: era più pallida, più semplice nella cura del corpo. Si vide più giovane e il suo odio eruppe di nuovo. “Di cosa hai paura?” sibilò. Maura trasalì. “Di nulla…” si affrettò a dire e non riuscì a sostenere lo sguardo. Magda comprese di aver lasciato aperto uno spiraglio alla sua famosa corazza e ostentò un rilassamento innaturale. “E allora facciamolo. Sarà divertente.”. Maura non ne era assolutamente convinta. Anche Magda lo pensava ma la voglia di vendetta era una forza irrefrenabile. “Ho paura di perderlo!” Maura vide in Magda il suo stesso smarrimento. Magda sorseggiò il cappuccino e rimase a guardare la schiuma nella tazza. Sentiva una furia senza fine.

“Cumcake allo zenzero! Li ama.” Maura ebbe voglia di strapparle la pelle con le unghie e si chiese se questo gioco perverso le avrebbe portato bene. Magda la guardò e sentì distintamente il pericolo. Le si avvicinò e cercò di carezzarle la spalla ma Maura si scostò bruscamente. Non riuscì a trattenere le lacrime. “Come ha potuto? Che merda di uomo è?” si ritrovò a urlare. Si mise a sedere, nascondendo il viso dietro la mano e lasciandosi andare a un singhiozzo convulso. Quante volte lui e Magda avevano scopato in quella cucina sconosciuta? Il dolore era enorme. Una ferita lacerante. Magda si chinò e si poggiò alle sue ginocchia. Sentiva il dolore di Maura e provò pena per lei. Quando, la sera prima, si trovarono a decidere dove incontrarsi per cucinare l’ “ultima cena”, come avevano deciso di chiamarla, lei si oppose all’idea di andare a casa di Maura ed egoisticamente aveva preteso il luogo dei propri ricordi. Non avrebbe tollerato di vedere il divano o addirittura il letto in cui lui aveva posseduto Maura e dalla sua bocca le uscì un “perdonami” sussurrato, intriso di dolore. Maura allora emerse da dietro la mano e le sorrise, il viso rigato di lacrime, gli occhi già gonfi dai pianti che ormai si succedevano da giorni. Piansero abbracciate e infine Maura carezzò il viso di Magda e le garantì: “Lo faremo impazzire!” “Ci dobbiamo fare più fighe che mai!” rispose Magda. “Si… “confermò Maura “… e sarà una cena strepitosamente buona.”

Solo tre giorni prima Maura non sapeva dell’esistenza di Magda. Se l’era trovata di fronte all’uscita dal lavoro, sotto il sole cocente, la fronte lievemente imperlata di sudore ma all’apparenza fresca come una rosa. Un fisico mozzafiato, evidenziato da un abbigliamento elegante ma che non lasciava spazio all’immaginazione. Tutto, dalle unghie e gli accessori, era perfetto. Maura fece per andare oltre ma Magda le si parò davanti. “Ti chiami Maura?” le chiese. Maura non rispose, perplessa. Magda continuò “Se ti chiami Maura noi due abbiamo lo stesso fidanzato! Vieni… ti offro un caffè shakerato.”

Maura ascoltò piangendo sommessa i racconti di Magda e seppe che ogni singolo dettaglio era vero, concreto. Lui era un bastardo. Tutti quegli atteggiamenti ambigui, tutti quei proclami di indipendenza, tutte quelle esigenze di libertà da lui promulgati, tutte quelle insofferenze quando lui, prima di recarsi ai seminari dove era sempre impossibile telefonare, cominciava a mettere paletti a cui lei, giustamente, si opponeva con garbo. Magda, impietosa, le raccontava con furia quello che anche lei aveva vissuto: il corteggiamento, la prima uscita assieme, la prima volta nell’appartamento di lui, la relazione intensa costellata di momenti di assenza di vuoto. La relazione di Magda era speculare e identica a quella di Maura. L’uomo era lo stesso dolce, innamorato, meraviglioso amante che lei desiderava sposare. La ferita dentro era lacerante. Era un incubo. La sua fiducia persa per sempre. la sua dignità spazzata via. Guardava Magda come fosse davanti a uno specchio maligno, in grado di proiettare quella se stessa che avrebbe voluto essere senza mai riuscirci. Improvvisamente Magda si fermò, le prese le mani e le disse con la risolutezza delle persone che sanno e che sanno salvarsi la vita: “Era Dio, per me e vedo che lo era anche per te. Facciamogliela pagare. Poi lo mandiamo a cagare.”

Nella luce primaverile Maura e Magda si trovarono assieme in cucina, avevano comprato al supermercato di tutto e come alchimiste si ritrovarono a guardare tutto quel ben diddio. Mille ricette rimbalzavano in quei cervelli in fiamme, accavallandosi, fondendosi. I loro corpi vibravano di una passione sconosciuta. Un misto di desiderio fisico e furia livorosa, senso di onnipotenza. Lo avevano in pugno e già stavano giocandoci. Immagini di peni recisi e marchiature a fuoco si sommarono, montandosi a vicenda come onde anomale accumulate. La violenza stava per esplodere e il risultato nessuna delle due poteva prevederlo. Ma la consapevolezza dello “scherzo” al loro ignaro amante superava qualsiasi angoscia.

“Lo zenzero anche nell’insalata alle arance? Non è una cena troppo afrodisiaca?” chiese Magda con malizia. Lo sguardo di Maura brillava di un senso di vendetta nuovo. Risero assieme, le mani intrise di succo d’arancia.

Magda corse in cucina col cellulare in mano mentre Maura controllava il grado di cottura delle patate. “Ha risposto. Non poteva non rispondere al mio messaggio, che ti risparmio, e aggiunge: “Dolce donna, come posso resisterti? Avevo un incontro con alcuni colleghi, la solita riunione improvvisa, ma la voglia di stare con te è troppa. A che ora arrivo?” Magda sorrise diabolica e chiese a Maura “Quindi oggi saresti stata “riunione improvvisa”?” Maura, forchetta in mano, la minacciò sorridendo: “Tesoro, attenta: parecchie volte sei stata riunione improvvisa tu.” Magda si riconobbe in Maura. Una strana sensazione di familiarità si fece strada. Le piaceva tanto. Cambiò discorso: “Sono pronte le patate?” Maura si voltò verso la vaporiera e sibilò “Siamo pronte, fidati. Prontissime!”

“Gatou? Io lo chiamo gattò”. Magda guardò Maura mentre assaggiava gli ingredienti. “È importante? Il pasticcio di patate ha un sapore meraviglioso.”

Tutto era pronto, ormai. Mancavano due ore, ancora. Le due donne sceglievano con cura cosa mettersi, consigliandosi a vicenda gli abiti giusti. Il cellulare di Maura ricevette un messaggio. Tramite What’s Up lui le comunicava testualmente: “Dolce donna. Mi spiace ma è stata anticipata una riunione a stasera. Se vuoi passo, dopo, ma rischio di fare tardi. Forse è meglio se ci vediamo domani. Mi perdonerai mai?” Maura porse il cellulare all’amica che lesse il messaggio. “Come ti senti?” le chiese Magda mentre le restituiva il cellulare. Maura chiuse What’s Up e disse “Lo ammazzerei, giuro, ma la faccia che farà stasera quando entrerà e ci vedrà assieme sarà impagabile. A proposito… hai messo in carica la telecamera?” Magda trasalì e corse in sala. Maura guardò il letto e si sdraiò lentamente. Chiuse gli occhi e si voltò annusando il cuscino nella speranza di cogliere l’odore di lui.

In bagno, allo stesso specchio. Magda si fermò mentre si passava il rossetto e guardò Maura, intenta col mascara. Osservò attentamente i lineamenti e si soffermò su una piccola imperfezione della pelle, come un delicato cratere sulla guancia. Maura se ne accorse e le disse “Rosolia… mi sono grattata e non c’è stato nulla da fare. Ero piccola.” Magda si sedette sul water. Improvvisamente la rabbia era scomparsa e sentiva solo una spossatezza immensa. “Sai che c’è?” disse all’amica, che si voltò a guardarla, riconoscendosi in lei e nella sua infinita stanchezza. “Non dire nulla” disse Maura. “Aspetta un attimo…” Uscì dal bagno e tornò con il cellulare attaccato all’orecchio. Si rimise allo specchio a guardare l’opera di maquillage interrotta. “Pronto? Si ciao… non mi interessa se ti disturbo e non sono il tuo amore. Senti… sono a casa di Magda. Dai, per favore, non la presa per il culo. No. Senti… no… senti. Basta. È finita. Sei una merda. Ti passo Magda.” Magda era divertita, stupita, esaltata, felice. Magda era in orbita. Vedere Maura così determinata, così tranquilla. Finalmente respirava. Prese il cellulare e disse “Non c’è molto da aggiungere. Maura ti ha già detto tutto. Spero solo che tu muoia in modo orrendo e doloroso ma che prima ti si secchi il pisello e che ti caschi, come il cordone ombelicale dei neonati. Non ti fare mai più vedere.” e chiuse la telefonata.

La tavola imbandita, il profumo intenso del cibo, il vino nel decanter. Persino le candele rosse accese. Maura, abito lungo azzurro, i capelli raccolti in una coda che le arrivava a metà schiena. Magda in minigonna e maglietta larga. Si versarono il vino in silenzio e sorseggiarono. Magda prese la telecamera e iniziò a riprendere Maura che, col calice in mano, era poggiata al tavolo sorridente e pensosa. “Su… dì qualcosa…” sollecitò Magda. Maura sollevò il calice e disse “All’amore!” e bevve tutto d’un fiato. Magda abbassò la telecamera e aggiunse “Vabè l’amore ma… noi due? Io dico all’amicizia!”. Maura si riempì di nuovo il calice e si mise a sedere. Sollevò il bicchiere ed esclamò “All’amicizia, allora!”. Guardarono le vivande sul tavolo e si scoprirono affamatissime. Mangiarono sussurrandosi segreti e bevvero brindando a qualsiasi cosa, esclusi gli uomini. Alla fine, leggermente ubriache, dopo la cena più buona e abbondante della loro vita, si trascinarono a letto e dormirono abbracciate per tutta la notte sognando tutte cose belle, bellissime, ancora a venire.

– editing di Tiziana Cavasino –

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LE RICETTE

Ok, senza augurarti di passare il calvario delle povere ma risolute Maura e Magda eccovi le ricette per il gateau/gattò di patate e i cumcake allo zenzero. Maura e Magda hanno cucinato infinite cose ma con lo zenzero solo queste. 😉

Il gateau (o Gattò)
Ingredienti per due/tre persone:
* 1 chilo di patate;
* 1 uovo;
* mezzo litro di besciamella;
* 100 grammi di pecorino morbido;
* piselli fini 150 grammi;
* parmigiano grattugiato;
* pane grattugiato;
* olio;
* sale;
* (ovviamente) zenzero in polvere;
* noce moscata;
* pepe nero (in polvere);
* salsa di soia.

Sbuccia e lessa le patate, preferibilmente a vapore. Nel frattempo cuoci i piselli in un pentolino, insaporendoli con una cipolla, un goccio di olio e salsa di soia.
Una volta lessate le patate tagliale a grossi tocchi e inizia a schiacciarle con la forchetta. Interrompiti un attimo e aggiungi prima l’uovo e poi, a tuo gusto, zenzero, pepe, noce moscata e parmigiano grattugiato. Ricomincia a schiacciare e infine mescola con un cucchiaio di legno, amalgamando tutti gli ingredienti.

Accendi il forno e mettilo a 180 gradi.

Taglia il pecorino in cubetti e prepara la pirofila da forno oliandola e coprendo con pan grattato. Inizia con un primo strato di patate macinate, avendo cura di preparare anche i bordi, come fosse una ciambella. Aggiungi uno strato di piselli, mischiati ai tocchetti di pecorino e versa la besciamella. Copri con uno strato di patate macinate aggiungi una spolverata di parmigiano grattugiato e uno di pan grattato.

Inforna e mantieni a 180° per i primi 15 minuti poi porta la temperatura a 200° per i successivi 15 minuti.

Una volta finito il gateau/gattò deve riposare e deve essere servito freddo. Per quanto mi riguarda è più buono ancora il giorno successivo, dopo un’intera notte in frigorifero.

Cupcakes
Ehm… quella che segue non è certo una ricetta dietetica ma se ti dovesse mai capitare di dover consolare qualcuno, magari te stesso/a, non aver timore e dacci sotto: a dimagrire, poi, c’è sempre tempo.

Ingredienti:
* 180 grammi di burro;
* 180 grammi di zucchero;
* 180 grammi di farina 00;
* 7 grammi di lievito;
* 3 uova;
* 70 grammi di latte;
* 2 cucchiaini di cannella;
* zenzero candito;
* (ovviamente) zenzero in polvere.

Setaccia la farina con il lievito e le spezie. Lavora il burro con lo zucchero fino ad ottenere l’impasto spumoso, quindi aggiungi le uova una alla volta alternandole con un cucchiaio di farina. Mescola con una frusta a mano e aggiungi il latte continuando a mescolare. Accendi il forno a 180°. Distribuisci il composto nei pirottini considerando che non crescono parecchio quindi puoi farli quasi al bordo. Aggiungi lo zenzero candito, tanto non affonda. Cuoci in forno per circa 20 minuti, estrai il tutto e lascia raffreddare.

Onigiri onirico

25 marzo 2013

“Che ci faccio qui? Questo posto non mi appartiene più, casomai mi fosse mai appartenuto. Ci facevo colazione la mattina e ci litigavo con mio padre la sera. Quello che sto facendo è completamente inutile. Sto facendo una cazzata.”. Marco si guardò attorno un po’ spaesato. Riconosceva quella cucina i cui mobili erano esattamente come e dove li ricordava ma sapere dove si sarebbe mai potuto nascondere il sale o dove suo padre tenesse i vassoi ricordo della madre era proprio una cosa impossibile. Spaesato, e anche sfiduciato. Nel sacchetto di cellofan riciclabile vi erano vari pezzi di carne che una volta erano pesci rischiavano di non profumare più tanto, se si fosse ostinato a perdere tempo. Le ricette le conosceva talmente bene che non aveva dubbi del buon risultato ma su una cosa era certo: per quanto buoni i suoi onigiri fossero risultati, suo padre avrebbe ostentato disgusto. Fin dalla più tenera età Marco s’era abituato a veder svalutata qualsiasi sua manifestazione creativa ed era cresciuto con questo senso di inadeguatezza. Alla prima occasione era partito, con questo motivo nel cuore.

Intanto, in un ospedale lontano, un uomo con una garza sull’occhio, un piccolo trolley blu e vestito elegantemente veniva finalmente dimesso dall’ospedale.

Da dodici anni Marco non entrava in quella cucina e sentì che quella stessa ansia di quando era ragazzino cominciava a diffondersi. Eppure il pensiero dominante era “Come ho potuto star lontano così tanto tempo?”. Immediatamente mille scuse intervennero in una difesa inutile. Avrebbe potuto accampare qualsiasi storia ma il motivo vero era solo uno. Non voleva più vivere con suo padre. Appena laureato aveva colto la prima opportunità e si era trasferito in Canada. Poi il tempo era passato, il lavoro era andato bene e non trovando motivo per tornare non s’era mai preso la briga di comprare un biglietto aereo, nemmeno per dovere nei confronti della madre. I suoi genitori, dopo un paio di estati sprecate a cambiare aerei per raggiungerlo sempre e solo per volere di lei e stare qualche giorno nella sua casa vuota senza vederlo se non un paio di ore la sera, si erano stancati e avevano delegato la webcam per contatti sempre più distanziati. Fino a quando la comunicazione non cessò del tutto. Ogni tanto la madre mandava e-mail a cui lui rispondeva laconico. Marco, immobilizzato, fu travolto dal senso delle occasioni perdute che sempre più spesso presentava il conto, soprattutto da quando lei era morta improvvisamente per un ictus. Immobile al centro della cucina Marco sembrava aspettare che gli oggetti venissero a lui. Lucia entrò in cucina e guardò suo fratello. “Tutto bene? Sai dove trovare quel che ti occorre?”. Marco sospirò. No, non lo sapeva ma si sarebbe arrangiato. Mancavano ancora tante ore prima che l’aereo riportasse il padre in Italia. Lucia cominciò a riempire la moca. “Che gli prepari, allora?”. Marco si avvicinò al sacchetto e cominciò a tirare fuori la spesa. “Onigiri… di tutti i tipi, di tutte le dimensioni.”. Lucia rimase con il filtro della caffettiera in mano mentre guardava sbalordita il fratello: “Onigiri? Ma sei scemo? Papà odia la cucina cinese!”. Mentre osservava la scatola di riso Marco le rispose: “Gli onigiri sono giapponesi, Lucia, non cinesi. Vedrai che gli piaceranno!”. “Se lo dici tu…” disse Lucia sorridendo e finendo di riempire il filtro di caffè. Il profumo si espanse per la casa. Accese il fornello e sistemò la caffettiera. Poggiandosi al tavolo guardò il fratello divertita. “E tu arrivi dopo anni dal Canada e la prima cosa che gli cucini sono pietanze giapponesi? Avrei capito alce fritta ma sushi et similia proprio no”. Marco riconobbe quell’atmosfera scherzosa e l’ansia diminuì. “Mi aiuti a prepararli?” le chiese. “Oh no, caro… “ rispose lei guardando il pavimento a quadri bianchi e verdi “… non penso proprio… ti osserverò creare il prossimo motivo per cui tu e papà non vi parlerete più per i prossimi dodici anni.”. Marco sapeva che il rischio era concreto ma tanto, cosa sarebbe cambiato?

Intanto, in una città lontana, l’uomo con una garza sull’occhio, viaggiava su un taxi per andare in aeroporto.

“No! Che fai? Sei matta? Il riso non si gira!”. Lucia rimase immobile col cucchiaio di legno in mano, spaventata dall’urlo del fratello. “Ma si attacca!” si difese. Marco era andato a far pipì e al ritorno aveva salvato il riso per un pelo. “Questa cottura è diversa. Sfilettami le alici, piuttosto o sgusciami i gamberetti o pulisci i funghi… insomma fai altro.”. Lucia non capiva ma si fidava. Era felice che Marco fosse lì. Aveva sofferto della sua partenza e aveva in parte vissuto il suo malessere. Ora lo guardava muoversi con sicurezza sui fornelli e cercava il suo sguardo. Marco intuì, glielo concesse e Lucia riconobbe tutto quanto gli era mancato per anni: la tristezza in fondo agli occhi accompagnata dal sorriso dolce. C’erano rughe che prima non c’erano ma era Marco, il suo marco. Si commosse e volle abbracciarlo. “Sai… “ disse “… quando te ne andasti di casa in quel modo mamma era distrutta. Pianse per così tanto tempo!”. Marco sentì una stretta al cuore e si senti uno schifo. Chiuse gli occhi e strinse sua sorella. “Papà era così arrabbiato con te. Litigarono tanto.” Marco non ce la fece più si staccò da quell’abbraccio ormai intollerabile e decise di concentrarsi sulle alghe nori: “È finita, quella storia. È passato tanto tempo e papà è vecchio. Non c’è motivo di parlare di cose così lontane.”. Lucia lo guardò ancora un attimo e corse via dalla cucina. Marco si mise a sfilettare il pesce. Lucia tornò con una fotografia in mano. Marco ricordò cose che non voleva ricordare. Ma era davvero così? Il dolore era così intollerabile o qualcosa era cambiato? La guardò, guardò gli ingredienti e le sorrise. Si. Era tutto così lontano, finalmente. “Dai, fammi vedere.” le disse sorridendo.

Intanto, sopra i Pirenei, l’uomo con una garza sull’occhio cercava di guardare il paesaggio dall’oblò di un aereo.

Lucia sventolava sul riso per farlo raffreddare. Marco preparava la seconda moka. Ascoltavano i REM e ridevano di una zia molto superstiziosa quando suonò il campanello e loro sobbalzarono per poi mettersi a ridere. Fu Marco ad andare ad aprire e quasi non credette ai propri occhi: era Massimo, il suo migliore amico, che, sorridendo, gli disse: “Eccolo!”. Marco lo abbracciò urlando il suo nome. Entrarono in cucina e Lucia, felice, si protese per ricevere un bacio sulla guancia senza mai smettere di mescolare. Marco aveva il cuore che gli batteva forte, perché assieme a Massimo erano entrati tutti i ricordi, tutte le piccole avventure, tutti i pianti dei primi amori assieme a ricordi di ridicoli esperimenti sulla sessualità. Si misero subito a parlare e lo fecero per due ore, mentre gli onigiri prendevano forma. Ce n’erano ormai di tutti i tipi: col salmone, coi gamberetti, con le alici, con la verdura, coi funghi. Ce n’erano persino alcuni con la frutta. Marco si era lasciato andare e li aveva preparati con tutto l’amore possibile. Decine e decine di onigiri. Per quattro persone erano una quantità abnorme. Infine Massimo, guardando Lucia, disse: “Beh, noi andiamo a prendere tuo padre. Meglio che ci muoviamo, con ‘sto traffico.”. Marco li guardò un attimo e comprese e sorrise. Loro, guardandolo, capirono che lui aveva compreso. Ci fu il prevedibile silenzio imbarazzato, fino a quando Marco disse: “In quanto sarete qui?”. “Mah…” riflettè Massimo guardando fuori dalla finestra, come se la pioggia debole potesse incidere sul traffico “… un’oretta circa. Non di più!”. Marco e Lucia si guardarono, mentre lei si metteva il giubbotto. Lei chiese: “Hai bisogno che prendiamo qualcosa?”. “No.” Rispose. “Preparo un’ultima cosa e poi me ne vado. Posso dormire da te?”. Lucia e Massimo lo guardarono stupefatti. “Perché?” Esclamò lei. “Perché… perché… non lo so… non voglio esserci, quando torna. Non voglio vederlo. Mi lasci le chiavi, per favore?”. Rimase in silenzio con la mano tesa fino a quando Massimo non interruppe l’ impaccio: “Ok. Ti chiamo domani. Andiamo, ora.”. Lucia cercò le chiavi di casa e mentre gliele dava baciò suo fratello sulle labbra e seguì il suo fidanzato. Marco rimase da solo. Era il momento del tempura. Il suo tempura. Era il massimo, a detta di tutti e con quello lui avrebbe fatto un onigiri da sogno per suo padre, per dirgli che, nonostante tutto lui lo amava. Spalancò la finestra, accese a fuoco lento sotto il wok pieno di olio extravergine di oliva, riempì un recipiente di acqua frizzante e ghiaccio e iniziò a preparare la pastella. La sua era una mossa spietata. Suo padre non avrebbe potuto dire nulla di brutto sul suo onigiri di tempura. Aveva un’espressione di sfida sprezzante. Avrebbe vinto il suo amore, incondizionatamente.

Intanto, sopra Marco, l’uomo con una garza sull’occhio cercava di capire quale fosse la propria casa ma probabilmente la si vedeva dall’altro lato dell’aereo.

Marco andò così a casa della sorella. Non se l’era sentita proprio di affrontare una persona così concentrata su se stessa e dentro sapeva che non poteva essere cambiato nulla. Nonostante il suo onigiri da sogno, l’arma con cui aveva ottenuto innumerevoli soddisfazioni. La tristezza cresceva, mentre guidava sotto il cielo di marzo. Era prevista neve, per quel fine settimana ma il giorno prima un sole improvviso aveva scaldato gli animi e a tutti sembrò che fosse primavera. Arrivato, spense il cellulare, si fece la doccia, si preparò un’ insalata e guardò un poco di televisione italiana, trovando strani i doppiaggi di film e telefilm. Aprì il divano-letto e si sdraiò. Guardò l’agenda: sarebbe dovuto partire il giorno dopo. Volo alle 12 e 20. Prese il libro e lo sfogliò un poco senza la reale intenzione di leggerlo, prima di sprofondare nel sonno.

Intanto l’uomo con una garza sull’occhio guardava tristemente un onigiri di tempura più grande degli altri messo dritto nel centro di un tavolo elegantemente apparecchiato.

Marco si svegliò all’improvviso madido di sudore. Accese la luce. Si guardò attorno e finalmente riconobbe l’appartamento di sua sorella. Si rimise giù, prese il cellulare e lo accese, l’avambraccio poggiato sulla fronte. Era mezzanotte e mezza. Poggiò il cellulare sul bracciolo del divano-letto quando sentì il suono di un messaggio in arrivo. Guardò con calma e trasalì nel vedere che era un messaggio di suo padre. Diceva: “Non so perché non sei rimasto a cena e non mi interessa. Ho rinunciato a capirti ma ho assaggiato tutti i tuoi onicosi e sono buonissimi. Quello più grosso però non ho avuto cuore. Lo vorrei mangiare con te, domani. Ma solo se vuoi.”. Marco rimase a guardare le parole più belle che avesse mai letto mentre non riusciva a trattenere le lacrime. Sentì la porta d’ingresso aprirsi e vide Lucia entrare in sala. Appena lo vide piangere e sorridere gli si sdraiò accanto cercando di trovare spazio nell’incavo dell’ascella. Attese un poco e infine gli disse: “Mi sa che devi spostare il volo, domani.”. Marco si godette un altro poco di quel miracolo e le rispose “Mi sa di si!”. Lucia ridacchiò e sussurrò. “Però buoni ‘sti tuoi onicosi”.

Intanto l’uomo con una garza sull’occhio sognava di quando, da giovane, faceva l’amore con sua moglie e nel sogno sapeva che quel fare l’amore si sarebbe chiamato Marco.

– editing di Tiziana Cavasino –

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LA RICETTA
Questa volta non una ricetta particolare ma la possibilità di giocare con vari elementi. La cucina è arte e in quanto tale deve lasciare spazio alla fantasia.
Si parte col gohan, ovvero il riso per sushi, che necessita di una preparazione particolare.

Gohan (il riso)
Ingredienti:
* 600 ml di acqua;
* 500 gr di riso;
* 4 cucchiai di aceto di mele;
* 4 cucchiaini di zucchero;
* 2 cucchiaini di sale.

Prendi una ciotola e risciacqua il riso fino a quando l’amido è quasi del tutto scomparso. Lo capisci dal fatto che pian piano l’acqua è sempre più limpida. Scola il riso e lo metti ad asciugare in uno scolino o un filtro. Una volta asciutto lo metti in una pentola piatta e lo immergi completamente. Lo copri con un coperchio, possibilimente trasparente (così se lo bruci almeno lo vedi). Lo cuoci a fuoco medio/alto per circa 10 minuti e poi un altro quarto d’ora a fuoco lento. Spegnere il fuoco e lasciare il riso nella pentola per 10 minuti senza togliere il coperchio. Mentre aspetti che si raffreddi un poco metti l’aceto, lo zucchero e il sale in un pentolino, cuoci al minimo e mescola continuamente. Non appena sale zucchero di saranno sciolti, spegni e versa dentro la pentola con il riso. Mescola bene. Versa su un vassoio, possibilmente di legno, sgranalo e copri con un panno. Se il riso è ancora caldo e tu hai fretta puoi raffreddare sventolando. Il riso è pronto.

Onigiri
Ingredienti:
* gohan;
* fogli di alghe nori;
* sale;
* i vari ripieni che avete voglia di sperimentare.

Riempi una ciotola di acqua, che userai per bagnarti le mani, sfregati un po’ di sale, prendi un po’ di riso e schiaccialo sul palmo della mano con un cucchiaino da caffè bagnato, in modo che non attacchi il riso. Metti il ripieno nell’incavo e copri con altro riso. A questo punto, con molta delicatezza, dai alla polpetta una forma anche solo lievemente triangolare. Decora come più ti piace con una striscia di alga nori.

Tempura
Ingredienti:
* 200 ml di acqua gassata fredda da frigo;
* 100 gr di farina di semola di grano duro;
* 1 tuorlo d’uovo.

Metti l’acqua gasata fredda in una ciotola di metallo, aggiungi il tuorlo e la farina. Sbatti per bene e velocemente con una forchetta fino a rendere il tutto una pastella. Attenzione: le bollicine dell’acqua gasata non ci devono più essere. Immergi nella pastella ciò che vuoi friggere.
Metti nel wok abbondante olio di oliva extravergine o, se vuoi un sapore più delicato, olio di semi e scalda. Quando l’olio è pronto friggi fino a che la pastella non sarà leggermente dorata.

A prescindere dal tuo fine, se l’equilibrio è azzeccato, puoi accompagnare una qualsiasi di queste delizie con qualsiasi cosa. Io suggerisco sempre un vino bianco, lievemente fruttato, tipo Veltliner o Chardonnay, ma conosco persone che preferiscono una bibita gassata… non è elegante ma de gustibus.

Anna e Carlo

3 marzo 2013

Anna, seduta al tavolo, si rollava una sigaretta ascoltando distrattamente la radio e pensando cosa avrebbe mai potuto cucinare quella sera per Carlo. Mancavano ancora quattro ore e mezzo, il tempo c’era tutto. Quella sera si giocava il tutto e per tutto: doveva conquistare Carlo e, come diceva sua nonna, “gli uomini si conquistano in cucina e a letto”. Accese la sigaretta e inspirò la prima boccata. Sua nonna aveva ragione ma sua nonna sapeva cucinare e, probabilmente, ci sapeva fare anche a letto, visto l’avvicendarsi di uomini dopo la morte prematura del nonno. Si rilassò sullo schienale e si mise ad ammonticchiare col mignolo un po’ di tabacco caduto sul tavolo. Assaporando la sigaretta pensò che era proprio a una delle ricette di sua nonna che doveva pensare. Cercò di ricordare dove aveva messo quel vecchio quaderno dalla copertina ruvida. Finì la sigaretta e la spense nel posacenere di pietra grigia, regalo di chissà chi. Rimase a guardare il mozzicone smettere di fumare.

Carlo guardò l’orologio del suo pc: aveva tempo di finire quanto gli era stato chiesto dal suo responsabile. Aprì la posta elettronica, cercò tra le mail di lavoro un nuovo eventuale messaggio di Anna. Nulla. Sbirciò anche in chat. Anna non era online. Meno male. Riaprì il suo file excell e continuò a creare celle e ad aggiungere dati. Col cuore a mille.

La pasta e ceci. Il pensiero aveva attraversato la mente come una scossa elettrica. La pasta e ceci della nonna. Cosa ci poteva mai essere di più sublime della pasta e ceci? Nulla. I ricordi le si accavallavano in un ribollire di sensazioni e di tenerezze. Però la pasta e ceci… cosa poteva mai esserci di meno romantico della pasta e ceci? Nulla. Guardò l’orologio. Tre ore. Come era possibile? Spaventata aprì il frigorifero e cercò una soluzione, l’illuminazione divina. Che arrivò: lì, tra carote, finocchi, melanzane, formaggi, vino, contenitori con sughi, intingoli e avanzi un barattolo di marmellata di fichi portata da Gianna dal Salento. Anna lo prese e lo osservò. Chiuse il frigo e rimase a pensare sorridendo. Guardando il forno intuì che forse inventarsi falafel di ceci col cuore di marmellata di fichi. Ma certo… era esattamente quello che ci voleva. Mancavano ancora tre ore e c’era tutto il tempo necessario.

Carlo uscì dall’ufficio con l’atroce sensazione di essere in ritardo. Mentre camminava verso la macchina pensava che forse gli conveniva tirare dritto verso casa di Anna, anche se una doccia gli avrebbe fatto bene. Guardò il cellulare. Un messaggio di Anna. Non lo aveva sentito arrivare. Lo aprì temendo che la serata saltasse e invece lesse il messaggio più bello: “Allora ti aspetto! :-)”. Arrivò alla macchina che si sentiva come un leone. Lei lo aspettava. “Che doccia sia, allora.” pensò, mise in moto e si diresse verso la tangenziale immaginandosi bello e felino.

Anna aveva impastato il patè di ceci, mischiati a cipolla, sale e zenzero in polvere e infine, con l’impasto, aveva fatto delle conchette in cui aveva messo una porzioncina di marmellata di fichi. Alla fine era soddisfatta. Guardò i falafel sul vassoio di plastica blu. Erano belli. Mise il forno a 180 gradi e aprì la finestra: il profumo di primavera riempiva l’aria. Il sole basso illuminava i palazzi di fronte. Il rumore del traffico le arrivava come fosse lontanissimo. Due cani si abbaiavano addosso e alcuni bambini strillavano giocando. Che bella giornata. Pensò a Carlo, a quanto erano belli i suoi occhi, a quanto le piaceva la sua voce. Sospirò e si voltò verso il vassoio su cui giacevano pezzetti di falafel: “Cari miei…” disse “… mi raccomando!”

Carlo non si sentiva più né bello, né felino. Si sentì solo in trappola. Imbottigliato nel traffico dell’orario di punta comprese che la scelta di prendere la tangenziale gli era stata fatale. Prese il cellulare e compose per tre volte un messaggio ad Anna che non mandò. Poi, improvviso, il varco verso la corsia di emergenza. Non riflettè: si infilò e corse infrangendo anche il limite di velocità, suonando il clacson e pensando chissà a quale atroce bugia su parenti squartati in ospedale avrebbe potuto raccontare agli eventuali poliziotti. Mancavano solo un’ora e tre quarti. Non poteva permettersi tentennamenti.

Lo specchio era decisamente difettoso. Il suo sedere non poteva essere così grosso e la forza di gravità sui suoi seni non poteva essere così impietosa. Si mise a sedere sul letto e guardò cosa aveva scelto. Un abitino viola, un completino intimo di pizzo nero e autoreggenti. Le scarpe erano un problema. Anche lì c’era qualcosa che le sfuggiva: come poteva essere che con otto milioni di paia di scarpe nel ripostiglio non ce ne fosse neanche un tipo che potesse andare bene con quel vestito? Perché il vestito doveva essere quello: il decolleté era perfetto e le spalle erano scoperte quanto bastava. Per un attimo pensò di aprire la porta nuda con la sola collana di tessuto viola, vassoio di falafel in bella mostra, con contorno di seni. Si scosse da una sequenza di scenari agghiaccianti di omosessualità non comprese e fraintendimenti dovuti ad amicizie non prese in considerazione. Si fece coraggio, scartò il reggiseno e si vestì. Si guardò allo specchio e comprese che il povero Carlo, comunque, non sarebbe uscito indenne da quella cena.

Mancava un’ora e Carlo era sbalordito. Il suo ardire lo aveva portato ad uscire di casa pulito e profumato. Guidò con tranquillità verso casa di Anna, dove arrivò con mezz’ora di anticipo. Parcheggiato appena dietro l’angolo non potè che sentirsi cretino. Rimase a guardare vecchi messaggi al cellulare quando gli balzò in mente che era a mani nude. Nemmeno una pianticella rachitica. Si guardò attorno e vide un’enoteca aperta.

Anna in cucina tirò fuori il suo capolavoro. Il profumo pervadeva tutta la casa. Decise di non accendere incenso, di lasciare quella magia nell’ aria. Non avrebbe cucinato altro. Prese una bottiglia di Trebbiano di Sicilia dal frigo e la aprì. La mise nel decanter e apparecchiò. Carlo sarebbe stato lì entro mezzora. Anna decise che un’altra sigaretta ci stava, prima di truccarsi.

In enoteca, su consiglio di Massimiliano, a cui aveva telefonato al limite di un attacco di panico, Carlo aveva comprato una bottiglia di Trebbiano e tergiversava di fronte ai campanelli del palazzo. Guardò il cellulare: ancora cinque minuti. Pensò ad Anna e a quanto era bella. Si guardò le mani sudate ed ebbe paura di non essere all’altezza. Girò in cerchio un paio di volte e poi si decise.

Anna, guardando la bottiglia in mano a Carlo, scoppiò a ridere. Carlo si sentì perduto. Anna glielo lesse negli occhi e si contenne. “Massimiliano?” gli chiese mentre gliela toglieva dalle mani e gli faceva spazio per entrare. Carlo vide in cucina la bottiglia vuota di Alastro e si concesse un sorriso. Anna andò in cucina e lo invitò ad accomodarsi. Carlo le guardò i piedi scalzi e andò in sala. Non sapeva di soffrire di tachicardia. Fece per togliersi la giacca quando vide gli aloni sotto le ascelle. Non era il caso. La cravatta, improvvisamente, era diventata un cappio. Anna, in cucina, lo guardava non vista mentre prendeva il vassoio: era davvero bellissimo. Lo raggiunse quasi saltellando e poggiò il vassoio sul tavolo. Prese un falafel con due dita e gli disse “Assaggia ma attento: forse dentro è incandescente”. Carlo cercò di capire cosa mai gli stesse mettendo in bocca ma non riuscì a comprendere. Mentre masticava e il sapore meraviglioso si diffondeva, provocandogli un piacere per cui gli occhi si dovevano chiudere, tutto scomparve e il campo visivo venne completamente riempito degli occhi luminosi e del meraviglioso sorriso di Anna. Cercò di dirle: “Sono buonissimi” e invece, mentre le si avvicinava per baciarla le sussurrò: “Sei bellissima…”. Anna, mentre veniva spinta verso il divano da quel bacio fantastico, si ritrovò in bocca il sapore del falafel mischiato a quello di Carlo. Chiuse gli occhi, si lasciò riempire di tutto l’amore che aveva sempre aspettato e pensò: “I miei falafel sono davvero buonissimi!”.

– editing di Tiziana Cavasino –

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LA RICETTA
I falafel di Anna

Ingredienti per una decina di falafel:
* 250 grammi di ceci;
* marmellata di fichi;
* 2 cucchiai di prezzemolo tritato;
* Pane grattugiato (per chi riesce a procurarsela anche la farina di ceci);
* Olio extravergine d’oliva;
* ½ cucchiaino di zenzero in polvere;
* ½ cipolla;
* Sale e pepe;
* uno/due uova.

Preparazione:
La preparazione dei ceci: pensavi che ti facessi usare i ceci precotti dei supermercati? Ah ah… assolutamente sbagliato. Per i falafel di Anna, destinati alla cattura dei cuori altrui, è necessario usare ceci essiccati e preparati alla cottura. Cosa lunga, lo so, ma il successo è garantito. È necessario che tu lasci i ceci essiccati in ammollo in acqua fredda per un periodo che va da otto a ventiquattro ore a seconda della stagione (in genere più è caldo più è necessario tenerli in ammollo: in autunno circa otto ore, in inverno dodici, in primavera diciotto e in estate di ventiquattro). Terminato l’ammollo scola i ceci e metti in pentola con abbondante acqua fredda. Porta a ebollizione a fuoco lento. Togli la schiuma se compare. Quando i ceci sono finalmente teneri (in genere dopo tre, quattro ore: ti tocca assaggiarli di tanto in tanto) puoi spegnere. Se cuoci con la pentola a pressione lascia bollire per quindici/venti minuti da quando la valvola “sbuffa” la prima volta. Finita la cottura togli il coperchio, mi raccomando). Lascia raffreddare nell’acqua di cottura per almeno mezz’ora. Una volta scolati, i ceci sono pronti.

Naturalmente Anna ha usato i ceci precotti comprati al supermercato.

Ricetta:
Taglia la cipolla a tocchetti o grattugiala, mettila assieme ai ceci, allo zenzero, al sale, al pepe e al pane grattugiato (o alla farina di ceci) in un’insalatiera. Passali tutti col minipimer e e versa l’olio secondo il tuo gusto. In alternativa al minipimer puoi utilizzare qualsiasi robot da cucina. Ricordati dell’olio, però. Frulla fino a ottenere una pasta omogenea. Metti in frigo e lascia riposare l’impasto per un’ora circa.

Prendi le due uova, metti gli albumi in un piatto fondo. Su un piatto piano metti il pane grattugiato. Accendi il forno e lascia riscaldare a 180°. Prendi l’impasto e, dopo aver inumidito le mani, crea delle mezze sfere cave del diametro di quattro/cinque centimetri e con un cucchiaino da caffè riempi lo spazio interno di marmellata di fichi. Ricorda che cucinare è magia per cui sarà tua cura calibrare l’equilibrio tra lo spessore del falafel e il cuore di marmellata: non esagerare con quest’ultima. Il cuore è la parte più intima e preziosa, non deve coprire tutto il resto. Chiudi i falafel pressandoli sui bordi. falli rotolare un poco nell’albume e poi nel pane grattugiato. Adagiali su carta forno e metti in forno e lasciali cuocere per venti, venticinque minuti al massimo. Tirali fuori e lasciali raffreddare, mi raccomando, per evitare orribili ustioni di primo grado alle labbra del tuo “obiettivo”, vanificando così ogni possibilità di riuscita.

Puoi preparare un humus di ceci come condimento ma anche lo yogurt fa la sua bella figura.

Per il vino… mmmm… se stai cucinando ti consiglio di lasciare un po’ di spazio all’ospite: lasciagli credere di aver azzeccato la scelta, qualunque essa sia. Se invece l’ospite non porta vino allora concediti il Trebbiano di Sicilia, che è davvero una scelta azzeccata.

Buon appetito e… lasciati andare, mi raccomando.

Claudio.